QUANDO IL “SISTEMA ARMA” UCCIDE. LO SFOGO DI UN FAMILIARE DI UN CARABINIERE “CADUTO” E VITTIMA DEL “SISTEMA”.
Davide Belcuore, lo zio di Beatrice Belcuore (morta suicida), scrive nei commenti a Padre Maurizio Patriciello: Padre Maurizio Patriciello le parole del Comandante Generale dell’Arma, recentemente diffuse e condivise, hanno toccato corde profonde in chi, come me, vive quotidianamente il peso di una perdita che non trova pace. Nel ringraziarlo per l’attenzione che ha voluto porre sul tema del benessere dei Carabinieri, sento il dovere, come familiare di Beatrice, di offrire una prospettiva nata dal dolore e dall’esperienza diretta di questi due anni. La nostra amata Beatrice ci ha lasciati all’interno della Scuola Marescialli di Firenze. Un vuoto che nulla può colmare. Un dolore reso ancora più lacerante dalla sensazione che non sia stata fatta piena luce su quanto accaduto. Come familiari, abbiamo avvertito che elementi di indagine fondamentali, specialmente quelli di natura forense, non sono stati approfonditi come avrebbero dovuto. Questa non è un’accusa, ma la constatazione di un’ombra che continua ad avvolgere la verità e che impedisce a noi, e forse anche all’Istituzione, di elaborare un lutto così complesso.
In questi due anni, inoltre, ho potuto osservare da vicino una realtà che credo meriti attenzione. Ho visto cosa accade a quei Carabinieri che, seguendo l’invito a manifestare un proprio malessere, si rivolgono alla catena gerarchica. Troppo spesso, la loro coraggiosa richiesta d’aiuto si trasforma in un percorso di emarginazione, con il rischio concreto di compromettere la propria carriera e la propria serenità lavorativa. È in questo contesto che le parole del Comandante Generale risuonano in modo particolare. La speranza è che Egli non sia pienamente a conoscenza di queste dinamiche, che purtroppo molti di noi familiari vedono concretizzarsi. In tal caso, sarebbe importante che questa comunicazione pubblica rappresenti l’inizio di un’opera di informazione e ascolto più capillare all’interno dell’Arma. L’auspicio più grande, però, è che in quelle parole si celi la volontà di un vero e proprio cambio di paradigma. Un cambiamento strutturale nella gestione del disagio, che riconosca come il benessere del personale non sia un optional, ma un dovere preciso dei superiori, ben sancito dal Codice dell’Ordinamento Militare.
Se questa è la direzione, allora il Comandante Generale avrebbe l’autorevolezza e la facoltà di chiedere al Governo strumenti normativi specifici. Norme che possano tradurre in azioni concrete e tutelanti quei principi nobili espressi a parole, creando un ambiente in cui chiedere aiuto non sia un atto di eroismo che si paga a caro prezzo, ma un diritto. Le sue parole, per quanto sincere, rischiano di non trovare riscontro nella realtà vissuta da molti militari e dalle loro famiglie se non si interviene sulle reali problematiche relazionali e gerarchiche. È necessario avere l’onestà intellettuale di riconoscere che, in un’Istituzione a connotazione militare, il suicidio di un suo appartenente non può mai essere letto solo come la conseguenza di problemi personali o familiari. Un Carabiniere, come tanti professionisti in divisa, trascorre la maggior parte del suo tempo in servizio, spesso più con i colleghi che con i propri cari. L’ambiente di lavoro, le relazioni, la pressione gerarchica, il senso di isolamento quando si vive un momento di fragilità, sono tutti fattori che intrecciano in modo indissolubile la sfera privata con quella istituzionale. Ignorare questa complessità significa non voler vedere una parte fondamentale della verità.
Onorare la memoria di Beatrice e di tutti coloro che non ce l’hanno fatta significa, per noi familiari, chiedere che queste riflessioni non rimangano sospese nel vuoto. Significa sperare che la comunicazione del Comandante Generale sia il primo passo di un cammino concreto, fatto di ascolto, tutele reali e rispetto per la vita di chi ogni giorno indossa l’uniforme.
Grazie Padre per aver rivolto la sua attenzione sull’argomento.


